Author: Anders Ge.
Dopo quarantacinque anni, Maus di Art Spiegelman continua ad essere una fonte di discussione e dibattito, ma anche uno dei fumetti e dei documenti più importanti, significativi ed influenti sul tema dell’olocausto e delle sue conseguenze, nelle vite dei sopravvissuti e in quelle delle loro famiglie.
Una nota
Qualche mese fa, a dicembre 2024, ho ripreso in mano Maus di Art Spiegelman. Era la terza volta che lo leggevo, a distanza di più di quarant’anni dalla prima e di una ventina dalla seconda. Eppure, sfogliando le pagine, mi sono reso conto che la storia era ancora lì, nitida nella mia memoria. Scene, situazioni, persino alcuni dialoghi erano impressi con una chiarezza sorprendente, come se lo avessi letto solo pochi giorni prima. Questo, più di qualsiasi altra cosa, racconta l’impatto emotivo che Maus ha avuto su di me.
Ma il tempo passa, e con esso cambiamo anche noi. Cresciamo, facciamo esperienze, ci scontriamo con nuove realtà e arricchiamo il nostro sguardo con prospettive diverse. Gli occhi con cui guardo il mondo oggi non sono gli stessi di allora, così come non lo sono la mia mente e il mio cuore. Rileggere Maus dopo così tanti anni ha significato confrontarmi non solo con la storia raccontata, ma anche con la mia
stessa evoluzione come lettore e come persona.
Oggi abbiamo accesso a risorse e informazioni che un tempo erano più difficili da reperire. Per questo, questa volta, ho voluto approfondire. Mi sono immerso nelle discussioni, ho letto analisi e dibattiti, ho cercato di capire più a fondo un’opera che è stata e continua a essere un caposaldo culturale. Ho provato a distinguere ciò che è rimasto immutato nella mia percezione da ciò che invece è cambiato, influenzato dalla mia sensibilità e dal mio vissuto.
Quello che segue è il mio personale punto di vista, un pensiero modesto, imperfetto e assolutamente non definitivo. Non ha la pretesa di offrire risposte, ma solo di condividere un’esperienza di lettura e riflessione che, forse, mi ha lasciato con più domande di quante ne avessi all’inizio.
La graphic novel
Maus di Art Spiegelman è uno dei fumetti più influenti e rivoluzionari mai realizzati. Primo fumetto in assoluto a vincere (nel 1992) il Premio Pulitzer, pubblicato a puntate su Raw Magazine tra il 1980 ed il 1991 e successivamente raccolto in due volumi, Mio padre sanguina storia (1986) e E qui sono cominciati i miei guai (1991), Maus è una graphic novel che racconta l’Olocausto attraverso gli occhi di Vladek Spiegelman, padre dell’autore e sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti. Il racconto si sviluppa su due piani temporali: il passato, con la storia di Vladek dalla sua giovinezza in Polonia fino alla sua esperienza nei campi di sterminio, e il presente, in cui Art Spiegelman documenta il difficile rapporto con il padre e la sua lotta nel narrare una vicenda così
tragica.
Art Spiegelman può ripetere fino alla nausea che Maus non è un fumetto, ma una graphic novel, forse per stimolare alla lettura chi guarda con sufficienza i fumetti, considerandoli un prodotto di massa, troppo popolare, destinati al mondo infantile. Ma alla fine dei conti, le etichette sono solo parole. Maus è, senza ombra di dubbio, un’opera di arte sequenziale, una narrazione illustrata che combina immagini e testo per raccontare una storia. E se la chiamiamo fumetto o graphic novel cambia davvero qualcosa? Ciò che conta è il contenuto, il messaggio, l’effetto che ha sul lettore.
E su questo Maus ha diviso e continua a dividere. È un capolavoro assoluto? È una narrazione imperfetta, che inciampa nel suo stesso concetto? È un’opera profonda e commovente o un’abile costruzione intellettuale che gioca con la sofferenza e il trauma per elevarsi al di sopra del fumetto tradizionale?
La verità sta nel mezzo
La struttura narrativa alterna i ricordi di Vladek alle conversazioni con Art, mostrando come il trauma della guerra influenzi il presente. Spiegelman costruisce la sua opera su due livelli intrecciati: da un lato, il racconto della Shoah attraverso la voce di suo padre, Vladek, che ha vissuto l’orrore dei campi di concentramento e ne è sopravvissuto. Dall’altro, il suo rapporto personale con questo padre, segnato da incomprensioni, tensioni e dal peso di un passato ingombrante e che è impossibile da cancellare.
Non è solo una storia di guerra, persecuzione e morte, ma è anche (forse soprattutto) una storia di famiglia, di dinamiche complicate, di un figlio che cerca di comprendere un padre difficile, severo e a tratti (spesso) insopportabile. Un uomo che ha letteralmente attraversato l’inferno e ne è uscito vivo, ma non senza conseguenze. E un figlio che quell’orrore non l’ha
vissuto direttamente, ma ne porta comunque il peso sulle spalle, come se il trauma fosse stato tramandato attraverso il sangue e le parole.
E poi c’è la madre di Art, Anja, anche lei sopravvissuta ai campi, ma che alla fine è stata sopraffatta da quell’orrore e si è tolta la vita nel 1968. Il suo suicidio è il cuore spezzato della storia, la ferita che non si chiude mai, un fantasma che aleggia su tutta la narrazione.
È possibile costruire una vita dopo aver vissuto l’indicibile? È possibile essere un buon genitore, un buon marito, vivere una vita normale dopo Auschwitz? Maus non dà risposte. Si “limita” a mostrare i fatti, le emozioni, i contrasti. Mostra un figlio che lotta per comprendere un padre che non riesce a lasciarsi il passato alle spalle.
Una questione di stile
Una delle prime cose che colpiscono leggendo Maus è lo stile grafico. Spiegelman ha scelto un tratto essenziale, quasi grezzo, che ricorda i fumetti degli anni ’30 e ’40. È una scelta stilistica consapevole, un modo per dare un’aria antica alla narrazione, per riportarci indietro nel tempo. Il tratto in bianco e nero, essenziale e potente, accentua l’angoscia e il dolore della storia. Il bianco e nero non è solo una scelta estetica, ma ha anche un forte impatto emotivo: il contrasto netto tra il nero dell’orrore e il bianco della speranza o della memoria crea un effetto visivo che amplifica il senso di angoscia e riflessione.
Ma funziona davvero?
La semplicità del disegno a volte penalizza l’espressività dei personaggi. Gli occhi dei topi sono piccoli punti neri, i volti spesso sembrano tutti uguali. Certo, si potrebbe dire che questa spersonalizzazione aiuti a rendere universale la storia, ma a
volte sembra più un limite che un pregio. Ci sono momenti in cui l’emozione fatica a passare, proprio perché il disegno non è abbastanza incisivo.
E poi c’è la scelta più discussa di tutte: l’uso degli animali antropomorfi. Gli ebrei sono topi, i nazisti gatti, i polacchi maiali, i francesi rane, gli americani cani. A prima vista, può sembrare una trovata geniale. Un modo per mostrare le dinamiche predatorie della storia.
È davvero così efficace?
Se da un lato rende il messaggio immediato e visivamente forte, dall’altro rischia di ridurre il tutto a una visione un po’ troppo schematica. Gli stereotipi culturali sono evidenti, e a volte la divisione tra buoni e cattivi sembra fin troppo netta, assolutista. Inoltre, il gioco delle identità — come la moglie di Spiegelman che da rana diventa topo dopo la conversione all’ebraismo — fa affiorare una domanda scomoda: ma, se veramente basta una maschera per cambiare
identità, quanto è realmente solida questa metafora?
L’associazione tra i topi e gli ebrei è una scelta forte e audace, capace di suscitare nel lettore una riflessione profonda, talvolta inconscia. I topi, creature fragili e spesso disprezzate, ma anche incredibilmente resilienti, occupano un posto significativo nella cultura popolare, come dimostrano vari personaggi più o meno iconici. Tuttavia, assumono anche il ruolo di antieroi, richiamando il tormento dei pochi sopravvissuti ai campi di sterminio, segnati da un insopportabile senso di colpa. Costretti a vivere esperienze atroci per poter sopravvivere, immersi in un’esistenza priva di significato, proprio come animali in trappola, topi in gabbia circondati da predatori spietati. Maus ci trascina in questa drammatica realtà storica, in cui l’umanità sembra non avere più posto.
Un sopravvissuto difficile da amare
Uno degli aspetti più controversi di Maus è il ritratto di Vladek. Non è un eroe, non è una vittima ideale. È avaro, sospettoso, razzista lui stesso. Tratta male la sua seconda moglie, fa commenti sprezzanti su chiunque non sia ebreo, è ossessionato dal denaro. Spiegelman lo dipinge con brutale onestà, senza cercare di renderlo più simpatico o più accettabile. Questo è un punto di forza dell’opera, ma anche una sua debolezza. Perché, inevitabilmente, a un certo punto ci si chiede: possiamo fidarci della sua versione della storia? Ed è l’autore stesso che sembra volere insinuare il dubbio. Vladek racconta di aver sempre agito solo per sopravvivere, ma a volte il confine tra sopravvivere e approfittarsi degli altri diventa sottile. Ha veramente detto sempre la verità? Ha mai fatto qualcosa di moralmente ambiguo per salvarsi? Maus non offre risposte esplicite e le domande rimangono
aperte.
Economia e politica
Se penso a quello che manca in Maus è il ruolo che hanno avuto nello sterminio l’industria e l’economia. Che i nazisti fossero malvagi lo sappiamo molto bene, ma cosa si può dire delle aziende che questa malvagità l’hanno sfruttata sotto forma di lavoro forzato nei campi di concentramento, facendo profitti e fortune sulla schiavitù e sulla morte? Non stiamo parlando di piccole realtà locali, ma di colossi dell’industria, molti dei quali ancora presenti sul mercato mondiale.
In Maus, questo non viene affrontato.
Questo solleva un interrogativo fondamentale: qual è il vero senso del dovere della memoria, se non porta a una consapevolezza attiva nel presente? Cioè, se ricordare le atrocità del passato non si traduce in una consapevolezza attiva nel presente, non rischia di diventare un rituale privo di impatto sulla realtà contemporanea?
La memoria storica non dovrebbe solo comprendere le vittime, ma anche i meccanismi
di potere e i beneficiari dei conflitti. Questo è essenziale per una memoria che non sia solo commemorativa, ma anche critica e soprattutto trasformativa.
Detto questo, penso però che Spiegelman abbia fatto la precisa scelta di non occuparsi di tutto questo per non “sovraccaricare” una narrazione già satura di situazioni complesse, mantenendo l’attenzione sulla Shoah e sull’impatto devastante che ha avuto sulla sua famiglia come su tante altre (e sul mondo intero), evitando elementi che potessero distogliere l’attenzione dal focus principale della storia: il racconto di un sopravvissuto.
La meta-narrazione e il suo limite
Art Spiegelman, mentre racconta la storia del padre, racconta anche la sua storia. La storia dell’autore che scrive questa storia. Ci porta con lui all’interno del suo studio come della sua mente e durante le sue sedute dallo psicanalista. Non ha remore nel farci partecipi dei suoi dubbi, del suo senso di colpa, della sua frustrazione.
Ma fino a che punto questo arricchisce la narrazione? A volte sembra quasi un esercizio di autocommiserazione, un voler attirare l’attenzione su di sé piuttosto che sulla storia principale. Certo, è interessante vedere il processo creativo dietro Maus, ma serviva davvero tutto questo spazio dedicato alle sue nevrosi?
Ancora una volta, condivido il mio pensiero: sì, credo che sia importante. Proprio perché aiuta a sottolineare quanto l’impatto di ciò che è accaduto sia stato devastante, non solo per chi ha vissuto quell’orrore sulla propria pelle, ma anche per le generazioni
successive. Chi viene dopo non può sottrarsi al peso di quelle cicatrici, né alle ferite nuove che da esse continuano a nascere, intrecciandosi con il passato in un’eredità dolorosa ma anche impossibile da ignorare.
Un capolavoro imperfetto è sempre un capolavoro
Maus è un’opera di una potenza straordinaria, capace di lasciare un segno profondo in chi la legge. È un racconto che ferisce, scuote e obbliga a guardare in faccia non solo il dolore della storia, ma anche le sue conseguenze più sottili e persistenti. È un’opera necessaria, perché non si limita a raccontare il passato, ma ci costringe a fare i conti con il modo in cui lo percepiamo, lo elaboriamo e lo tramandiamo.
Tuttavia, come ogni grande opera, non è priva di limiti, contraddizioni e ambiguità. Alcune scelte narrative e stilistiche possono essere discusse, perfino criticate. Il suo uso dello zoomorfismo, per esempio, solleva interrogativi sulla rappresentazione delle identità e sul rischio di rafforzare stereotipi anziché smantellarli. La figura di Vladek, con i suoi tratti spigolosi e le sue idiosincrasie, apre una riflessione su come il trauma possa modellare una persona e sulle difficoltà di raccontare il dolore senza cadere nella semplificazione o nella caricatura. L’inserimento della dimensione autobiografica, con Art Spiegelman che si interroga apertamente sul suo stesso ruolo di narratore, complica ulteriormente il rapporto tra il lettore e la storia. È un fumetto? È una graphic novel? È un memoir? È una testimonianza storica? La risposta è che Maus è tutto questo insieme, e proprio questa fusione di linguaggi e registri lo rende unico e prezioso.
Art Spiegelman
Ma il suo valore più profondo non sta nella sua perfezione formale, bensì nella sua capacità di porre domande difficili. Domande che non si esauriscono con la lettura, ma continuano a lavorare dentro di noi. Maus non ci offre risposte definitive (a parte dove è ovvio), non ci concede un senso di chiusura o di conforto. Al contrario, ci spinge a non dare per scontato ciò che sappiamo, a mettere in discussione il modo in cui la memoria collettiva si costruisce e viene trasmessa. Ci obbliga a riflettere sul significato del passato nel nostro presente e sulle responsabilità che abbiamo nel raccontarlo alle generazioni future.
Per questo Maus deve continuare a essere letto, discusso, analizzato. Non come un’opera intoccabile, da venerare acriticamente come “il miglior fumetto di sempre”. Ma come un’opera viva, capace di stimolare un confronto continuo. Deve entrare nelle scuole, nei dibattiti pubblici, nelle conversazioni quotidiane. Deve essere studiato dagli storici e dagli appassionati di fumetti, discusso nei salotti e nei bar, nei programmi televisivi e nelle sedi politiche. Non perché sia perfetto, ma perché è necessario. Perché le sue domande sono ancora qui, oggi più urgenti che mai. E perché non possiamo permetterci di smettere di cercare risposte. Non ora, non domani, né mai.
MAUS
(Maus: A Survivor’s Tale)
testi e disegni:
Art Spiegelman
Einaudi
Stile Libero Extra
(per l’attuale edizione)
Brossurato
b/n
pag.292
2016