Author: Anders Ge.
Non è solo una serie TV, ma un viaggio nella mente, un’opera che sfida le regole della narrazione e della libertà stessa. A oltre cinquant’anni dalla sua uscita, un capolavoro che continua a interrogare, affascinare e inquietare. È Il Prigioniero.
Cosa succede
La premessa è apparentemente semplice: un ex agente governativo, dopo aver rassegnato le dimissioni, viene misteriosamente rapito e confinato in un villaggio di mare, isolato e sorvegliato. Una volta che avrà messo piede in quel villaggio sul mare, la sua vita non sarà più la stessa. Qui, infatti, viene privato del suo nome e identificato solo come Numero 6. Mentre cerca disperatamente di scappare e scoprire chi si cela dietro l misterioso Numero 1, affronta la costante pressione di Numero 2, che tenta in ogni modo di farsi dire il motivo per cui ha dato le dimissioni.
Il prigioniero
Non tutte le serie televisive sono uguali. Alcune nascono e muoiono nel giro di pochi anni, altre si radicano nella memoria collettiva e continuano a esercitare la loro influenza per decenni. Il Prigioniero appartiene a questa seconda categoria: una serie che ha superato i confini del suo tempo per diventare un punto di riferimento imprescindibile nella storia della televisione di genere — e non solo.
Quando più di cinquant’anni fa, il 29 settembre 1967, su ATV, un’emittente parte del network britannico ITV, venne trasmessa per la prima volta, nessuno poteva prevedere quanto la sua eredità sarebbe stata duratura.
Questa produzione si distinse subito per la sua natura rivoluzionaria e per l’ambizione con cui sfidava le convenzioni del genere, imponendosi immediatamente all’attenzione di pubblico e critica.
Il visionario che si fece prigioniero della sua opera
Opera tanto inclassificabile quanto influente, Il Prigioniero è semplicemente inseparabile da Patrick McGoohan. Attore tanto amato quanto “odiato” dai suoi stessi colleghi, ne è stato il cuore e l’anima, portando avanti questa serie con un impegno e una passione fuori dal comune, fino al punto di rimanerne quasi intrappolato.
Dopo il grande successo della serie televisiva Danger Man (1960-1968, 4 stagioni, 86 episodi), intitolata Secret Agent negli Stati Uniti, ormai insofferente nei confronti del personaggio protagonista John Drake, Patrick McGoohan, che in quel momento era il più pagato nel Regno Unito (nonché così popolare da avere ricevuto la proposta di interpretare sia James Bond che il Santo, che rifiutò perché sentiva troppo distanti dalle sue convinzioni e dalle sue idee), mise a rischio la sua carriera decidendo di
lasciare la serie per realizzare un progetto differente, a cui teneva particolarmente e che sembrava quasi un sequel di Danger Man: una serie televisiva incentrata su un agente segreto che, stanco del proprio lavoro, decide di dimettersi.
L’idea pare gli fosse balenata ascoltando i racconti di George Markstein, ex agente segreto e supervisore delle sceneggiature di Danger Man, il quale gli aveva parlato dell’esistenza, nel Regno Unito, di una sorta di casa di riposo per spie in pensione.
In realtà, la nascita di Il Prigioniero è avvolta da una certa incertezza, soprattutto riguardo a chi abbia avuto l’idea originale. Il progetto prese forma mentre i due lavoravano su Danger Man ma, complice anche il fatto della mancanza di un credito di creazione ufficiale, la discussione su chi abbia contribuito maggiormente alla sua concezione, a tutt’oggi non ha trovato una reale soluzione. Generalmente, si attribuisce la paternità della serie a McGoohan,
sebbene negli anni ’80 sia stato riconosciuto a Markstein un ruolo più significativo nel processo di sviluppo.
Stando a quanto dichiarato dall’attore, durante la terza stagione di Danger Man, McGoohan espresse il desiderio di lasciare la serie dopo la quarta stagione e propose a Lew Grade, amministratore delegato di ITC, un nuovo progetto. Sebbene non entusiasta della decisione (e, pare, non particolarmente certo di avere capito completamente il significato della nuova proposta) e, probabilmente, anche per non perdere un attore così popolare, Grade accettò l’idea. La produzione fu affidata alla Everyman Films, società fondata dallo stesso McGoohan insieme al produttore e regista David Tomblin. Markstein, all’epoca editor delle sceneggiature di Danger Man, tuttavia sostenne di aver creato il concept basandosi su ricerche storiche su strutture segrete britanniche della Seconda Guerra Mondiale. Secondo la
sua visione (e versione), il protagonista — che ipoteticamente poteva essere lo stesso John Drake di Danger Man — avrebbe dovuto essere confinato in una località segreta destinata a ex spie. McGoohan poi sviluppò ulteriormente l’idea, arricchendola con riferimenti letterari e teatrali e scrisse un documento dettagliato sul funzionamento del Villaggio.
Patrick McGoohan
Inizialmente era prevista la realizzazione di 26 episodi, ma il carattere estremamente meticoloso (e autoritario) di McGoohan, che nella serie ricopriva molteplici ruoli — tra cui creatore, produttore, attore, sceneggiatore e talvolta anche regista — portarono a una notevole dilatazione dei tempi di produzione, tanto che ITC preoccupata dal considerevole aumento dei costi, decise di interrompere il finanziamento dopo soli 13 episodi. A seguito di varie trattative, furono poi concessi i fondi per la realizzazione di altri tre episodi, più un quarto (che venne scritto in fretta) a conclusione della serie.
Un thriller psicologico travestito da fantascienza
Se Il Prigioniero fosse stato solo una classica storia di fuga, probabilmente sarebbe stata dimenticata in fretta. Ma McGoohan e la sua squadra avevano in mente qualcosa di molto più ambizioso. Ogni episodio della serie esplora tematiche profonde: il controllo delle informazioni, la manipolazione mentale, la sorveglianza onnipresente, la perdita della privacy e l’omologazione forzata. Il Villaggio è un luogo inquietante in cui tutti sorridono, ma nessuno è libero.
Questa distopia sembra anticipare molti temi che sarebbero diventati ancora più attuali nei decenni successivi. In un’epoca in cui la sorveglianza digitale è onnipresente e in cui i social media influenzano profondamente il nostro comportamento, Il Prigioniero sembra quasi profetico.
La narrazione stessa è rivoluzionaria e la serie sfida le regole tradizionali della televisione, con episodi che
mescolano generi diversi, sperimentazioni visive e un finale così enigmatico e aperto all’interpretazione da suscitare, ancora oggi, discussioni, ipotesi e dibattiti.
«Dove sono?»
«Nel Villaggio.»
«Che cosa volete?»
«Informazioni.»
«Per chi lavorate?»
«Non posso dirlo. Noi vogliamo informazioni.
Informazioni! Informazioni!»
«Non le avrete.»
«Con le buone o con le cattive. Noi le avremo.»
«Chi è lei?»
«Io sono il nuovo Numero 2.»
«Chi è il Numero 1?»
«Tu sei il Numero 6.»
«Io non sono un numero! Io sono un uomo libero!»*
«AHAHAHAH!»
A prima vista, la serie potrebbe sembrare una storia di spionaggio come tante altre, con fughe, interrogatori e tensione psicologica. Ma ben presto diventa chiaro che c’è molto di più. La serie è una critica alla società moderna e ai meccanismi di controllo che la governano.
Una volta entrati nel mondo del Villaggio e nella mente del Numero 6, è impossibile tornare indietro. Questo viaggio non è solo quello di un uomo in cerca di libertà, ma anche quello dello spettatore, invitato a interrogarsi sulla propria condizione e sul significato della vera indipendenza.
Il Villaggio
Il Numero 6 siamo noi
Il Villaggio rappresenta un sistema totalitario, ma potrebbe anche essere una metafora della società stessa, un luogo in cui le persone vengono private della loro individualità e costrette a conformarsi.
L’interpretazione di McGoohan è memorabile: il suo Numero 6 è testardo, determinato, furioso, ma anche intelligente e ironico. È un individuo che non si arrende, che lotta fino all’ultimo respiro per affermare la propria identità.
Estetica indimenticabile
Oltre alla profondità dei suoi contenuti, la serie colpisce per la sua estetica unica. Il Villaggio, altro vero protagonista de Il Prigioniero, non è una prigione grigia e opprimente, ma un luogo stranamente idilliaco, con edifici pittoreschi e casette dai colori vivaci.
«Non farò alcun accordo con voi.
Mi sono dimesso. Non mi lascerò spingere,
archiviare, timbrare, mettere all'indice,
informare, interrogare o numerare!
La mia vita è mia.»
Le riprese in esterni sono state effettuate a Portmeirion, in Galles, un borgo ispirato all’architettura italiana, con un’atmosfera da sogno che contribuisce a rendere il Villaggio ancora più surreale.
Un ruolo fondamentale e identificativo lo ricoprono anche i costumi: gli abitanti vestono con un’eleganza ed uno stile impeccabile, ma le loro “divise” suggeriscono un conformismo ed un’omologazione inquietante. Il contrasto tra l’apparente armonia e la realtà repressiva del Villaggio è uno degli aspetti più affascinanti della serie.
E poi c’è il Rover, la gigantesca sfera bianca che emerge dal mare per inseguire e catturare (o più spesso soffocare) chiunque tenti la fuga. Simbolo perfetto del potere oppressivo, il Rover è una delle immagini più iconiche della serie, probabilmente quella che più di tutte la identifica nei ricordi e nell’immaginario collettivo. È un elemento tanto semplice quanto inquietante e
terrificante.
A proposito del Rover
L’iconico guardiano addetto alla sorveglianza del Villaggio nacque quasi per caso a causa di problemi tecnici con l’idea originale che, in fase di preproduzione, era stato pensato come un veicolo robotico rigido, simile a un hovercraft o a un piccolo carro armato, per catturare i prigionieri nel Villaggio che si fossero dati alla fuga. Tuttavia, il prototipo realizzato si rivelò poco convincente sullo schermo e complicato da manovrare, rendendolo di fatto inadatto alle riprese.
Quando la squadra di produzione notò un semplice pallone meteorologico bianco galleggiare in aria ebbe l’intuizione vincente: la forma sferica, i movimenti imprevedibili (e in più la possibilità di gonfiarlo e sgonfiarlo facilmente) lo rendevano perfetto per incarnare il sorvegliante meccanico dall’aspetto misterioso e inquietante che McGoohan cercava. Così, il Rover divenne una grande sfera bianca in lattice, gonfiata ad elio o aria a seconda delle necessità delle scene. Vista la relativa fragilità, ne vennero usati all’incirca 6000.
Per ottenere l’effetto del Rover che insegue e immobilizza i prigionieri il pallone veniva semplicemente lasciato galleggiare o spinto manualmente fuori dall’inquadratura. Per le Scene di movimento, invece, veniva trainato con fili invisibili alla macchina da presa o semplicemente spinto dal vento. Durante le scene di attacco, per simulare l’asfissia delle vittime, si riprendeva il pallone mentre si gonfiava sopra il volto dell’attore, spesso con la ripresa invertita in post-produzione.
L’inquietante rumore che annunciava l’arrivo del Rover venne ottenuto attraverso un mix di suoni elettronici mischiati con il rumore del vento.
Il Rover
Il Rover divenne uno dei simboli più riconoscibili della serie. La sua semplicità e imprevedibilità accrebbero il senso di paranoia e oppressione del Villaggio, rendendolo un perfetto strumento di controllo.
Un’idea nata per necessità tecnica si trasformò in uno degli elementi più iconici della televisione.
Il passato come il presente
Più di mezzo secolo dopo la sua prima messa in onda, Il Prigioniero continua a essere straordinariamente attuale. Temi come il controllo sociale, la libertà individuale e la lotta contro l’omologazione, sono ora più rilevanti che mai. Quello che alla fine degli anni Sessanta, un periodo di grande vivacità culturale e impegno sociale, pareva come l’immagine di un futuro lontano e abbastanza fantapolitico, oggi sappiamo bene che la realtà ha superato la fantasia.
L’enigmatico e controverso finale della serie, che rifiuta di fornire risposte definitive, è un’ulteriore prova della sua natura innovativa: non si voleva spiegare tutto, ma piuttosto far riflettere. Il fatto che ancora oggi si discuta sul significato dell’ultima puntata, oggetto di analisi e molteplici interpretazioni, dimostra che la serie è riuscita perfettamente nel suo intento.
Il prigioniero in Italia
In Italia, la serie venne trasmessa per la prima nel 1974, sull’allora Secondo Programma ma con solo sei episodi selezionati. I restanti undici vennero poi trasmessi tra il 1980 e il 1981, sempre da RAI 2 che allora si chiamava Rete 2, senza rispettarne l’ordine di programmazione. Successivamente, nel corso degli anni ’80, l’intera serie venne trasmessa più volte sulle reti locali.
Attualmente, la serie è disponibile con due diversi doppiaggi in italiano. Il primo, commissionato dalla RAI per la prima messa in onda e di altissima qualità, tanto da avvicinarsi agli standard cinematografici. Il secondo, realizzato successivamente quando la serie fu acquisita da un consorzio di emittenti private e doppiata nuovamente con voci e traduzioni differenti, comunque di buon livello.
Dal 2002 la serie è stata distribuita in VHS, DVD e Blu-ray a cura di vari editori, in versione rimasterizzata e utilizzando il doppiaggio Rai.
John Sharp / Number 2
Come guardare Il Prigioniero
Sebbene, tra il primo e l’ultimo episodio, la serie possa essere vista (più o meno) in qualsiasi ordine, dei diciassette episodi che la compongono, McGoohan stesso ne indicò sette per lui fondamentali:
sono indicati il numero dell’episodio nella prima messa in onda della TV inglese (1967-1968), il titolo originale, il titolo del doppiaggio RAI (1977 e 1980) e, per finire, il titolo del secondo doppiaggio (anni ’80), fatto per la successiva messa in onda sulle televisioni private.
Ep. 01 — Arrival — Arrivo all’isola / L’arrivo
Ep. 02 — The Chimes of Big Ben — Servizi segreti / I rintocchi del Big Ben
Ep. 04 — Free for All — Libertà per tutti / La campagna elettorale
Ep. 08 — Dance of the Dead — Persecuzione / La danza dei morti
Ep. 09 — Checkmate — Regina, torre, pedina / Scacco matto
Ep. 16 — Once Upon A Time — Le sette età dell’uomo / C’era una volta
Ep. 17 — Fall Out — Evasione / La rivolta
mappa del Villaggio
E ora?
Nonostante le difficoltà di produzione, mescolando elementi di thriller e critica sociale, con una spolverata di fantascienza e fantapolitica, Il prigioniero è riuscito ad imporsi come una delle serie televisive più innovative e visionarie della storia.
Il Prigioniero non è solo una serie TV di culto: è un’esperienza, una provocazione, una sfida, come solo un’opera d’arte può e sa essere.
Il suo impatto è visibile nel cinema e nella narrativa, nei fumetti e nei videogiochi. È un’opera che ancora oggi continua a sorprendere, a interrogare e a ispirare.
Questa serie era, è e resterà sempre un manifesto di libertà, un grido di indipendenza che risuona ancora oggi. Anzi, che oggi urla ancora più forte di prima.
Il Prigioniero è un messaggio universale sulla libertà individuale, un viaggio che chiunque dovrebbe
compiere almeno una volta nella vita, per ricordarsi che le battaglie per la libertà non finiscono mai.
Che non siamo un numero, ma individui liberi.
Il Prigioniero
(the prisoner)
serie creata da
Patrick McGoohan
prodotta da
Patrick McGoohan
e
David Tomblin
stagioni
1
episodi
17
29/09/1967 - primo
01/02/1968 - ultimo
genere
spy-fi
fantascienza
fantapolitica
cast fisso
Patrick McGoohan è il numero 6
cast ricorrente
Angelo Muscat è il maggiordomo nano
Peter Swanwick è il supervisore
Denis Shaw è il negoziante
Fenella Fielding è l’annunciatrice e l’operatrice telefonica (solo voce)
i numeri 2
George Baker - David Bauer
Patrick Cargill - Georgina Cookson
Guy Doleman - Clifford Evans
Colin Gordon (due episodi)
Kenneth Griffith - Rachel Herbert
Leo McKern (tre episodi)
Mary Morris - Derren Nesbitt
Eric Portman - Robert Rietti (voce)
Anton
Rodgers - John Sharp
André van Gyseghem - Peter Wyngarde
regia
Patrick McGoohan
Pat Jackson
Don Chaffey
David Tomblin
musica
Ron Grainer
MGM-British Studios
Everyman Films
ITC Entertainment
ATV (ITV)
United Kingdom
1967